Recitazione di Gianluca Regondi. <br /><br />di Maria Grazia Vai e Paolo Amoruso<br /><br />sulle note di "My Father and my Mother" <br />di Gianluca Attanasio<br /><br />Ritrovarti dove il labbro della notte fiorisce <br />ancora testamenti d’un fuoco mendicante. <br />Nell’acuto predicare la linea obliqua delle mani, <br />fin sopra quella fronte pungente che - dissanguando<br />ogni mia parola, portava doni ai tuoi polsiQuel fiato sudato dagli occhi frettolosi<br />che mi scava i segreti della pelle, rendendomi<br />della notte l’albume di un sogno<br />L’ora in cui le stagioni fanno l’amore <br />con l’incertezza del cielo, consumando<br />le prime ore del mattino nell’afoso<br />d’un bacio che spettina le voci nell’utero<br />di tutte le mie ansie. <br />Riscrivendoci clandestini senza veli nelle vene <br />del vorace desiderio d’una -ampolla cocente <br />d’amore- tra i sorrisi di un’orchidea che nasconde<br />ancora la rossa saliva dei suoi recinti.<br />Quella rabbia che ubriacandomi <br />ti spettina la nausea alle parole tornate a <br />ricucirmi l’ansia d’una felicità sui fianchi <br />del rimpianto. Come il sangue d’una supplica che<br />stringe le ginocchia al silenzio. Senza <br />fare rumore, senza neppure accendere<br />il fiato d’un risveglio sfiorato. <br />Come fossi tu l’estate che m’incava al<br />respiro del tuo cielo. Pesante, nelle labbra <br />sporche delle mani. Seppure sembra ti <br />stia ancora masticando l’inverno <br />nel sorriso d’una pietra rovente d’amore, <br />tra le chiome infanti dei miei vuoti silenzi.<br />Nel fenditoio maculato della tua gola, dove<br />sei la mano di canfora che mi spalanca la bocca. <br />E ascoltandomi -m’invecchia.
