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Turchia al voto in piena emergenza profughi, Amnesty "Ue responsabile"

2014-08-04 18 Dailymotion

“Quando sono arrivato in Turchia c’erano circa 400.000 rifugiati siriani. All’inizio i siriani non mangiavano il pane turco. Il nostro pane veniva dalla Siria. Ecco perché ho ​​aperto questo panificio. La produzione è soddisfacente e i siriani sono più felici perché possono trovare, qui in Turchia, il loro pane”. Bassam Alhamdow era un ufficiale delle dogane in Siria. È stato rapito dai combattenti jihadisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante mentre tentava di fuggire dalla guerra. La sua prigionia è durata 5 mesi, al termine dei quali è stato rilasciato e ha trovato rifugio nel campo profughi di Gaziantep. Ora è un panettiere e prepara il pane tradizionale siriano per migliaia di profughi.<br /><br />“La mia condizione di vita in Siria era relativamente buona – ricorda Bassam – Migliore di quella di tanti siriani. Ero un ufficiale delle dogane. Ora, nei campi profughi, più di 100.000 siriani mangiano il pane della nostra azienda”.<br /><br />A Gaziantep, nel sud della Turchia, a circa 100 chilomentri da Aleppo, Bassam è un privilegiato rispetto alle centinaia di migliaia di siriani che hanno passato il confine. Nelle vicinanze ci sono sei campi profughi.<br /><br />Fatma Askys ha voluto spostarsi in città e, insieme al suo bambino, ha occupato un rudere: “Le nostre condizioni di vita sono pessime. In Siria si viveva meglio – spiega la giovane madre – Ma quando è scoppiata la guerra siamo stati costretti a scappare. Guardate in che condizioni viviamo qui”.<br /><br />Stando ai dati ufficiali, la Turchia oggi accoglie poco più di un milione e trecentomila rifugiati siriani. Sono ospitati in 24 campi, situati per lo più nelle regioni al confine con la Siria. A Gaziantep si sfiora il mezzo milione di presenze.<br /><br />Molti rifugiati, per guadagnare qualcosa, si trascinano per le strade della città con pesanti sacchi in cui raccolgono carta o bottiglie di plastica da riciclare. Tra loro vi sono anche moltissimi minori.<br /><br />Le attività delle organizzazioni non governative possono semplicemente tamponare le necessità primarie della popolazione. Alcuni bambini, ad esempio, non entrano in un’aula scolastica da tre anni e l’Unione europea riesce a distribuire aiuti umanitari ad appena 250 rifugiati al giorno: “Distribuiamo beni di prima necessità come coperte, materassi e cuscini – spiega Rasha Saleh, responsabile dell’organizzazione di aiuto ai profughi sostenuta da Unione europea e Danimarca – Oggi stiamo fornendo stoviglie, coperte e materiale sanitario. Abbiamo anche le salviette per i bambini”.<br /><br />In questo vasto panorama di disagio, esplode la lotta tra poveri: i turchi accusano i siriani di essere responsabili dell’aumento del prezzo degli affitti. Alcuni proprietari di casa hanno istallato dei container sui tetti delle loro abitazioni per fittarli ai rifugiati siriani. I prezzi sono schizzati in alto e intere famiglie vivono ammassate in appartamenti minuscoli per i quali si pagano affitti molto alti: “I prezzi degli immobili, sia in affitto che in vendita, sono aumentati in maniera esponenziale – spiega Izzet Altindogan, proprietario di un’agenzia immobiliare – Gli aumenti hanno raggiunto il 70%. I funzionari governativi e gli addetti della protezione civile non riescono a trovare appartamenti da affittare quando arrivano qui”.<br /><br />Il governo locale si è trovato imprepartato di fronte all’invasione di chi fugge dalla guerra ed è incapace di provvedere all’assistenza dei migranti. Gli aiuti – scarsi – arrivano attraverso le organizzazioni internazionali.<br /><br />La situazione dei bambini è particolarmente drammatica. Moltissimi avrebbero dovuto iniziare la scuola primaria, ma la maggior parte di loro non è in grado di scrivere in arabo e non parla una parola di turco. Poche famiglie hanno i soldi per iscrivere i figli in una delle due scuole private della città, dove possono imparare l’inglese.<br /><br />In questo contesto, cresce il malcontento dei locali verso i profughi. Si moltiplicano gli episodi di discriminazione, che a volte sconfinano in veri e propri disordini e in rappresaglie di matrice razzista. Si organizzano ronde per assaltare i negozi con le insegne in arabo.<br /><br />Accusati di furti e di alimentare il mercato del lavoro nero, i siriani in Turchia sono visti come una minaccia.<br /><br />Secondo Amnesty International, la rabbia è figlia della politica – promossa anche dall’Europa – della creazione di “zone di contenimento” ai confini dell’Unione, finanziando paesi terzi per fermare i migranti.<br /><br />“Entrano in casa nostra e non vanno via. A volte ci aggrediscono con coltelli e pistole – sostiene un residente di Gaziantep – Tanti abitanti del posto hanno subito violenza. Il tasso di criminalità, i furti e le molestie sessuali sono notevolmente aumentati. Prendono il nostro denaro e minacciano le nostre vite. Vediamo le nostre ragazze molestate per strada. Quanto durerà tutto questo?”<br /><br />“Siamo molto dispiaciuti per questa tragedia in corso alle porte del nostro paese – dice un cittadino turco più sensibile al problema dei profughi – Non solo il governo, ma anche noi turchi

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