Giuseppe Giusti (Monsummano Terme, provincia di Pistoia, 12 maggio 1809 / Firenze, 31 marzo 1850) fu un poeta italiano vissuto nel periodo risorgimentale, appartenente ad una ricca famiglia di proprietari terrieri, era figlio di Domenico e di Ester Chiti. <br />Sant’Ambrogio: <br />Vostra Eccellenza, che mi sta in cagnesco <br />per que' pochi scherzucci di dozzina, <br />e mi gabella per antitedesco <br />perché metto le birbe alla berlina, <br />o senta il caso avvenuto di fresco, <br />a me che, girellando una mattina, <br />capito in Sant'Ambrogio di Milano, <br />in quello vecchio, là, fuori di mano. <br /> <br />M'era compagno il figlio giovinetto <br />d'un di que' capi un po' pericolosi, <br />di quel tal Sandro, autor d'un romanzetto <br />ove si tratta di promessi sposi... <br />Che fa il nesci, Eccellenza? O non l'ha letto? <br />Ah, intendo: il suo cervel, Dio lo riposi, <br />in tutt'altre faccende affaccendato, <br />a questa roba è morto e sotterrato. <br /> <br />Entro, e ti trovo un pieno di soldati, <br />di que' soldati settentrionali, <br />come sarebbe Boemi e Croati, <br />messi qui nella vigna a far da pali: <br />difatto, se ne stavano impalati, <br />come sogliono in faccia a' Generali, <br />co' baffi di capecchio e con que' musi, <br />davanti a Dio diritti come fusi. <br /> <br />Mi tenni indietro; ché piovuto in mezzo <br />di quella maramaglia, io non lo nego <br />d'aver provato un senso di ribrezzo, <br />che lei non prova in grazia dell'impiego. <br />Sentivo un'afa, un alito di lezzo: <br />scusi, Eccellenza, mi parean di sego <br />in quella bella casa del Signore <br />fin le candele dell'altar maggiore. <br /> <br />Ma in quella che s'appresta il sacerdote <br />a consacrar la mistica vivanda, <br />di sùbita dolcezza mi percuote <br />su, di verso l'altare, un suon di banda. <br />Dalle trombe di guerra uscìan le note <br />come di voce che si raccomanda, <br />d'una gente che gema in duri stenti <br />e de' perduti beni si rammenti. <br /> <br />Era un coro del Verdi; il coro a Dio <br />là de' Lombardi miseri assetati; <br />quello: O Signore, dal tetto natio, <br />che tanti petti ha scossi e inebriati. <br />Qui cominciai a non esser più io <br />e, come se que' cosi doventati <br />fossero gente della nostra gente, <br />entrai nel branco involontariamente. <br /> <br />Che vuol ella, Eccellenza, il pezzo è bello, <br />poi nostro, e poi suonato come va; <br />e coll'arte di mezzo, e col cervello <br />dato all'arte, l'ubbie si buttan là. <br />Ma cessato che fu, dentro, bel bello <br />io ritornava a star come la sa: <br />quand'eccoti, per farmi un altro tiro, <br />da quelle bocche che parean di ghiro <br /> <br />Un cantico tedesco lento lento <br />per l'âer sacro a Dio mosse le penne. <br />Era preghiera, e mi parea lamento, <br />d'un suono grave flebile solenne, <br />tal che sempre nell'anima lo sento: <br />e mi stupisco che in quelle cotenne, <br />in que' fantocci esotici di legno, <br />potesse l'armonia fino a quel segno. <br /> <br />Sentìa nell'inno la dolcezza amara <br />de' canti uditi da fanciullo; il core <br />che da voce domestica gl'impara, <br />ce li ripete i giorni del dolore: <br />un pensier mesto della madre cara, <br />un desiderio di pace e di amore, <br />uno sgomento di lontano esilio, <br />che mi faceva andare in visibilio. <br /> <br />E quando tacque, mi lasciò pensoso <br />di pensieri più forti e più soavi. <br />“Costor”, dicea tra me, “Re pauroso <br />degl'italici mo
