Dopo Lo chiamavano Jeeg Robot e Freaks Out, Gabriele Mainetti è nei cinema (in 400 sale) con La città proibita. Un film pieno di contaminazioni, tra scene da kung fu movie alla Tarantino e la Roma multietnica dell'Esquilino, con personaggi pieni di umanità. Racconta la storia di Mei (Yaxi Liu), misteriosa ragazza che dalla Cina arriva nella Capitale per cercare sua sorella e dopo vari giri si ritrova nel ristorante da Alfredo il cui proprietario (Luca Zingaretti) è sparito, lasciando la moglie Sabrina Ferilli e il figlio (Enrico Borello) nei guai e tra i debiti. Il ragazzo e Mei capiscono presto di avere un problema in comune, tra amore e vendette da compiere. Gabriele Mainetti: «Una Roma proibita, un'amore proibito, che parte da una Cina dove è proibito avere più di un figlio, quindi ci sembrava il titolo perfetto. Io volevo raccontare una storia d'amore che avesse a che fare con le arti marziali e si sviluppasse nel nostro quartiere romano dell'Esquilino. Un quartiere multiculturale che potesse raccontare anche questa altra cultura meravigliosa che si porta appunto il kung-fu movie che abbiamo imparato ad amare quando Bruce Lee negli anni 70-72 per l'esattezza ci ha deliziato con quei film pazzeschi». <br />Sabrina Ferilli: «È il cinema che fa sognare, è il cinema che ti porta lontano, è il cinema che ti racconta una storia che non hai mai pensato... Quindi l'oltre, la fantasia, la fiaba. Però dove poi riconosci i tratti dell'umano, del singolo, del personaggio con tutte le sue sfaccettature, le sue debolezze, le sue forze, comunque con la schiena dritta. Sono sempre personaggi che riescono a far fronte a quello che succede quindi sono padroni della loro vita». L'interprete di Mei è una stuntwoman cinese che è stata anche controfigura per i movimenti di Mulan. Stavolta in carne e ossa, è disposta a tutto per vendicarsi, combattendo in sequenze lunghissime. «Un crimine perpetrato in quella maniera - scherza Giallini - io lo ritengo anche giusto. Ma magari se la è presa un po' troppo, ci sono vari tipi di vendetta...». Marco Giallini è una sorta di boss dell'Esquilino che disprezza gli stranieri ma li sfrutta a suo piacimento e a cui forse è affidato un monito nel finale: chi rifiuta di aprirsi e cambiare non se la passa tanto bene. Un messaggio anche per Roma: da una parte città bellissima e piena di storia, dall'altra città proibita per molti. Con la speranza, appunto, che riesca a reinventarsi... <br /> <br />
