Sassari Dopo la notizia degli arresti per droga in Sardegna, nell'ambito della maxi operazione della Dda, con il coinvolgimento di un sindaco, Roberto Saviano interviene ancora sul tema della criminalità nell’isola. Lo fa con un video pubblicato su Instagram, rispondendo alle critiche e agli attacchi ricevuti sui social nei mesi scorsi, quando ci fu l'assalto al portavalori in Toscana, accusato di “parlare male della Sardegna”. Nel suo intervento, Saviano respinge con forza questa accusa e chiarisce il senso del suo lavoro: «Occuparsi di criminalità organizzata, anche quando riguarda la Sardegna, non significa diffamare un territorio, ma al contrario illuminarne i problemi, quindi essere semmai leali verso questo territorio». Lo scrittore contesta l’idea che raccontare le bande criminali equivalga a offendere un popolo e porta esempi analoghi, come parlare di ’ndrangheta senza dire che è calabrese, o del riciclaggio mafioso a Milano senza citare il contesto lombardo. Per Saviano, evitare di nominare luoghi e responsabilità sarebbe una forma di “omertà nazionalistica”, che finisce per coprire i problemi invece di affrontarli. Nel video, lo scrittore denuncia anche un meccanismo ricorrente: ogni volta che emergono fatti di cronaca legati al crimine, l’invito a “non parlarne” viene mascherato con l’argomento del non diffamare. «La Sardegna gronda crimine e invece di dire non parlare, quindi intimidire verso l’omertà – dice – si usa furbescamente il non diffamare: parla del mare azzurro, parla della caciotta, parla dell’arte». Un intervento duro, diretto, che riaccende il dibattito sul rapporto tra racconto della criminalità, identità dei territori e libertà di informazione.
