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Il «Nabucco» della caducità dei poteri trionfa al San Carlo

2026-01-19 27,909 Dailymotion

La vicenda biblica di «Nabucco» notoriamente venne assunta come metafora delle istanze e delle lotte risorgimentali, ma nella sua lettura registica Andreas Homoki, pur cripticamente, va oltre proponendo un conflitto tra popoli oppressi o sottoposti a poteri oppressori o dominanti o meglio ancora tra classi al declino e classi emergenti in un processo storico inarrestabile.<br />In scena al Teatro di San Carlo dal 18 gennaio, il capolavoro verdiano su libretto di Solera è una produzione Opernhaus Zürich.<br />Durante la Sinfonia il regista mostra le figlie di Nabucco bambine,Fenena e Abigaille, che si rivelano “sorellastre diverse” nell’amore filiale.<br />Homoki costruisce il quadrilatero Famiglia-Popoli-Poteri-Religioni.<br />Il solido generato dal quadrilatero è un enorme parallelepipedo di marmo verde che muovendosi rivela che la società, le classi dominanti sono soggette ad avvicendamenti, rivoluzioni.<br />Popolo ebreo come quello italiano sotto la dominazione di austriaci, che Homoki assimila agli assiri.<br />Sotto le luci di Franck Evin, le scene in rapida mutazione, sono di Wolfgang Gussmann, che ha curato anche i costumi stile Ottocento, con Susana Mendoza.<br />Il personaggio di Nabucco, di cui Tézier è interprete da antologia, è in questa lettura espressione, forse troppo ottimistica, della possibilità di ravvedimento persino di un oppressore.<br />«Se non dessimo all’essere umano la possibilità di abbandonare una scelta per abbracciarne un’altra, soprattutto se in direzione di pace e di fratellanza, dovremmo davvero preoccuparci molto – spiega Tézier e il suo intenso «Dio di Giuda» esemplifica – Nabucco patisce un grande dolore, una ferita nel seno della sua stessa famiglia e viene illuminato per il cambiamento».<br />Il belcantismo rimanda ad una cifra musicale che ha il sapore più della Restaurazione, che del tramonto dell’aristocrazia e del politeismo che ne è rappresentazione, ma il primo Verdi guarda a Donizetti e a Bellini e la conduzione ordinata o poco più di Riccardo Frizza è quanto vuol rivelare con opzione rassicurante.<br />L’orchestra sembra gradire la conduzione a basso rischio e asseconda.<br />I levare sono spesso slargati, la concertazione indebolisce le “cadenze d’inganno” rilevando poco le sezioni gravi deputate alla fondamentale dell’accordo.<br />Altro protagonismo è quello del Coro diretto da Fabrizio Cassi; consapevole della funzione drammaturgica riservatale, la compagine corale la assume con sufficiente qualità anche in considerazione di tempi a volte dilatati, di terzine orchestrali poco udibili dal palco e di corone chiuse tardivamente dal podio secondo criteri “spirometrici”.<br /> E non c’è solo «Va pensiero», ma forse ancor più «Immenso Jeovha».<br />Marina Rebeka era al debutto nel ruolo di Abigaille, e l’attesa per affrontarlo ripaga lo splendido soprano lèttone con una centratura del personaggio nella psicologia e nella vocalità, con severità che non è mai durezza, volume, che non è mai emissione spinta. Applausi<br />In «Nabucco» il tenore non ha una parte di rilievo, tuttavia l’Ismaele di Piero Pretti sa essere buon catalizzatore dei complessi processi psico-politici narrati.<br />Fenena è motrice di conversione e di progresso, senza smarrire il rapporto filiale: Cassandre Berthon sa rendere con intelligenza e buona vocalità.<br />Michele Pertusi è un basso dalla duttilità strabiliante e solo le monumentali interpretazioni di ruoli seri come Zaccaria, possono far collocare, temporaneamente, nel dimenticatoio i grandi ruoli comici interpretati dall’artista parmense, che nella circostanza è parso stanco sugli acuti nella doppia cabaletta del primo atto in una scena da Pellizza da Volpedo, che però sarebbe nato più di vent’anni dopo la prima dell’opera verdiana.<br />La folgorante qualità dei protagonisti spinge tutto il cast a dare il meglio; accade a Lorenzo Mazzucchelli, Francesco Domenico Doto e Caterina Marchesini rispettivamente Il gran Sacerdote, Abdallo e Anna.<br />Dieci minuti di applausi per tutti, incluse le due bambine, qualche dissenso per il regista e ovazioni per Marina Rebeka e soprattutto per l’immenso Tézier. (Dario Ascoli)

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